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SINTESI
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RECENSIONE
Luca Cremonesi per MRlibro
Capita
raramente a chi, come me, legge molti libri per lavoro di
appassionarsi al punto da dedicare due intere giornate alla pura
riflessione su quanto letto. È il prezzo da pagare, il pegno che
esige la lettura come lavoro, ma è anche il bello, ovviamente, di
aver a che fare con i libri. Mi è stato dato il testo di Chiara
Zecchi, “19 Agosto” (Vannini editrice, 9 euro), e, confesso, l’ho
iniziato di mala voglia. Mai errore fu più grande. Il testo di
Chiara (ho avuto la fortuna di incontrare l’autrice e di
presentarla) è davvero un bel libro, intenso, ricco, pericoloso come
diceva Cioran, perché è un diario, in prima persona, che parla
della storia d’amore e della malattia dell’autrice, ma in realtà
tratta di tutti noi, dell’uomo (sia esso maschio o femmina) che si
trova a fare i conti con una dimensione della nostra vita quale la
malattia. Colpisce, nel testo di Chiara, proprio l’aspetto della
malattia e di come lei, da personaggio e da donna, l’ha vissuta:
non solo capacità di sopportazione, ma profonda riflessione sul tipo
di malato, e sul modo in cui si affronta la malattia, che ogni uomo e
donna dovrebbe fare. Un tarlo, senza dubbio, per noi occidentali,
attaccati alla vita più come riempitivo di un vuoto che come
passione per un’esperienza unica e irripetibile. L’esperienza
limite della malattia (e della malattia mortale in particolare) ci
ricorda che, in fin dei conti, ciò che viviamo è la nostra unica
possibilità. A quel punto nasce il desiderio di attaccarsi alla
vita. Chiara ci invita, per tutto il libro, a riflettere su questa
dimensione, come Terzani nel suo ultimo testo (e non azzardo un
paragone, i due testi di equivalgono), perché questa è la
dimensione d’amore che ogni uomo e donna deve condividere con se
stesso e con gli altri. Per questo, a mio avviso, alla vicenda della
malattia si affianca quella della storia d’amore. Due dimensioni
che rendono autentica la nostra unica immortalità: quella della
vita. Buona lettura.
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